La città che cambia al tempo dei tweets

Nuovi metodi e strategie (digitali) per la pianificazione urbana

L’urbanistica moderna è nata più che per costruire nuove città, per risolvere le macroscopiche criticità – di carattere igienico-sanitario e socio-economico – conseguenti al sovraffollamento di quelle che sarebbero diventate le grandi metropoli europee. La rigidezza nella pianificazione urbana ha poi imbrigliato lo sviluppo urbano all’interno del miraggio di efficienza dettato da standard, coefficienti, requisiti cogenti uguali a se stessi per troppi anni.

La disciplina si è sviluppata inseguendo – sempre a fatica – le modalità sempre mutevoli di occupare, vivere e sfruttare lo spazio urbano. Lo scopo della pianificazione è quello di dare forma ad abitudini che oggi non fanno in tempo a consolidarsi prima che una nuova ondata rivoluzionaria le metta in discussione. Per tale motivo i processi decisionali di cui si serve la pianificazione si vanno sempre più arricchendo di supporti inediti se rapportati agli strumenti di analisi tradizionali, perché la platea dei cittadini/portatori di interesse si allarga e, soprattutto, si diversifica ad una velocità maggiore rispetto agli aggiornamenti delle normative urbanistiche.

Dietro una problematica di tipo spaziale, infatti, non può che nascondersi una moltitudine di criteri, di campi di ricerca e di analisi basati sulla lettura di dati oggettivi che, nati da una società sempre più immateriale, necessitano di essere ricondotti in una cornice scientifica. Ed è proprio la l’iper-esposizione all’informazione il nodo da sciogliere per la pianificazione urbana e territoriale contemporanea cui, pertanto, spetta l’onere di separare il “rumore” dal “segnale” che l’eccesso di dati porta con sé: « (…) il rumore è ciò che si dovrebbe ignorare, il segnale è ciò a cui occorre prestare attenzione» (Taleb, 2015).

Fotogramma del video Turin – 15 days of tweets in 24 hours (youtube.com, ©Paolo Pensa)

Con questo obiettivo SiTI (Istituto Superiore sui Sistemi Territoriali per l’Innovazione), in collaborazione con il Politecnico di Torino ha sviluppato InViTo (Intercative Visualisation Tool), uno strumento di analisi spaziale a supporto dei sistemi decisionali. Si tratta di uno strumento interattivo, consultabile come un normale sito web e che può contenere al suo interno dati quantitativi/qualitativi associati tra di loro e che permettono la visualizzazione integrata alle aree di territorio cui si riferiscono. In questo modo il pianificatore/urbanista può sovrapporre una selezione di informazioni (ad esempio il numero di passeggeri del trasporto urbano e la qualità dell’aria) alla superficie oggetto di intervento (le zone prossime alle principali stazioni e i quartieri limitrofi) per individuare l’insieme delle strategie migliori da proporre (spostamento, soppressione o realizzazione di stazioni metropolitane) al decisore finale che nella generalità dei casi – non solo nel nostro Paese – è di tipo politico/amministrativo. Questo tipo di processo di conoscenza, grazie alla sua capacità di rappresentare nello spazio diversi possibili scenari – spesso anche animati –, può supportare la pianificazione in tutte le sue sfumature: dalla mobilità alla logistica, dalle politiche energetiche fino a quelle per l’housing sociale.

Anche i social network (e i loro assidui utenti), in questo quadro, diventano inconsapevoli strumenti per valutare come (dove e quando) viene vissuta una città. Nel gennaio del 2015, ad esempio, sono stati rilevati i messaggi scambiati tramite Twitter, nell’area metropolitana di Barcelona. L’obiettivo dello studio Tweets in Barcelona (replicato anche per l’area metropolitana di Torino) era quello di identificare l’utilizzo delle aree urbane tramite l’analisi spaziale e temporale dei tweets. Gli oltre 67 mila messaggi scambiati durante il periodo di indagine hanno mostrato, infatti, in quali parti della città catalana e in quali giorni della settimana si registrava una maggiore (o minore) presenza di persone attive. Questi dati, incrociati con altri indicatori come ad esempio la nazionalità degli accounts o i momenti della giornata, permettono di migliorare la progettazione degli spazi pubblici, come anche l’organizzazione di eventi.

Sono questi i primi vagiti della smart city che, forse, risveglieranno la capacità di rigenerarsi della vecchia città.

(articolo pubblicato sulla rivista “Casapremium”, Dicembre 2017)

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Architetture resistenti

Le immagini della deliberata distruzione di monumenti antichi che sempre più spesso affollano le cronache provenienti da teatri di guerra (ultima in ordine di tempo le demolizioni del sito archeologico di Palmira, in Siria), testimonia il livello semantico che una creazione dell’uomo può raggiungere, non necessariamente all’interno della civiltà che l’ha generata. Distruggere un antico edificio, magari a favore dei mezzi di comunicazione globali, significa non solo disprezzare l’oggetto distrutto ma anche mettere a tacere un potenziale nemico. Le opere d’arte, infatti, possono andare oltre il semplice significato tecnico ed estetico e diventare un vero e proprio manifesto dei valori della libertà. Tale carattere, da sempre riconosciuto alle opere scultoree, ai dipinti, ai libri, alla musica è tutt’altro che estraneo anche alle opere di architettura; tuttavia la corsa all’immagine di copertina, al design originale ad ogni costo, alla prevalenza dell’architetto sulla sua opera, ha fatto smarrire i sentieri resistenti intrapresi dell’architettura anche nella sua storia più recente.

Il volume, edito nel 2013 da Becco Giallo, ha per sottotitolo Viaggio nei luoghi e negli edifici italiani simbolo di un’architettura diversa e nasce dalla collaborazione tra Marta Gerardi e Raul Pantaleo (Tamassociati, studio veneziano attento fin dalla sua fondazione alle implicazioni civili del fare Architettura) e Luca Molinari storico e critico dell’Architettura che fondono le loro tre diverse sensibilità (grafica, architettonica e storico-critica) in una scoperta itinerante nella quale alla storia dell’architettura si intreccia la storia civile del Paese. Dalla deriva razziale del fascismo alla speculazione edilizia, dalla strage di Ustica al terremoto dell’Aquila: lungo le 128 pagine del volume si rilegge cosa siamo stati, si tratteggiano le occasioni perse e quelle che è possibile ancora cogliere per conservare identità e giustizia, senza tralasciare l’uso consapevole del territorio.

Il racconto ruota attorno alle vicende della giovane cronista Beni Ponti, messa alle strette dalla direzione del proprio giornale sul quale denuncia scomode verità creando non pochi imbarazzi. Per costringerla a rinunciare alle proprie inchieste le viene affidato un incarico “impossibile”: intervistare l’Architettura, della quale Beni non ha alcuna conoscenza.

Lo spaesamento iniziale lascia il campo alla professionalità della brava cronista che aiutata da Zò, il fidanzato architetto, rimane nel solco del giornalismo civile, incorniciando la sua inedita attività nella ricerca delle “Architetture Resistenti”, ovvero quelle opere che per il loro spirito hanno posto delle solide barriere alla “barbarie”. Il riferimento alla resistenza non ha accezioni “nostalgiche”, piuttosto rimanda al suo significato letterale richiamando la capacità di «opporsi a un’azione, contrastandone l’attuazione e impedendone o limitandone gli effetti» (Treccani).

I primi due esempi concreti sembrano enunciare i contorni dell’intera ricerca. Si tratta di sue opere – quasi contemporanee – presenti ai due estremi della Penisola: il Parco Archeologico di Selinunte (Trapani) e il Civico Museo della Risiera di San Saba (Trieste) “argini” alla barbarie perpetrata contro la Bellezza e contro l’Umanità.

A Selinunte il paesaggista fiorentino Pietro Porcinai progetta (1973) per l’ingresso al sito archeologico una barriera naturale che isola i reperti salvaguardandoli dall’espansione “irriverente” del disordine, rappresentato dall’edilizia speculativa. Beni, complice una foto esposta nel suo studio, richiama la propria memoria e la visita al parco di Selinunte fatta da bambina, mescolando la fantasia e i chiari ricordi di un «luogo difficile da dimenticare».

La ricerca delle opere Resistenti, tuttavia, necessita di una “guida” che tramite Zò viene individuata in uno storico dell’Architettura (Luca Donato) il quale affiancherà la protagonista con i suoi preziosi suggerimenti. L’incontro tra i due a Trieste offre lo spunto per la visita alla Risiera di San Saba, l’unico campo di concentramento italiano con forno crematorio, «luogo parlante in un assordante silenzio», il cui progetto di allestimento è stato elaborato da Romano Boico nel 1975. Un topolino che attraversa la strada diviene, nell’immaginazione di Beni (e nella matita dell’illustratrice), visione/citazione del Maus di Art Spiegelman (prima edizione italiana nel 1989). Beni rincorre questa visione mentre il punto di vista dell’illustrazione s’innalza vertiginosamente – fino a divenire verticale – e i colori tendono a una tetra monocromia. È il buio, il silenzio squarciato da Maus che si annulla in un’alta ed esile fiamma; «angoscia e inquietudine» cedono a un messaggio di speranza, oltre il valore testimoniale di quelle alte e «surreali» mura la natura riprende il suo corso.

Il racconto si fa poi serrato, Beni viene affascinata da ogni nuova scoperta di cui puntualmente da riscontro nei suoi articoli. Le pagine e la grafica veicolano il racconto su più dimensioni e si fanno dense di prospettive architettoniche (tra le quali la filiale di Banca Etica a Padova, Tamassociati) e oggetti di design contribuendo alla delicata ricchezza della sceneggiatura.

La resistenza prosegue con le visioni utopiche di Adriano Olivetti e la Fabbrica dal volto umano progettata a Pozzuoli da Luigi Cosenza (1951-54); con i volumi arcobaleno dell’Auditorium de L’Aquila (R. Piano, 2012), che con la musica spezza l’immobilismo della ricostruzione; con il Museo della Strage di Ustica (Bologna, C. Boltanski, inaugurato nel 2007), con il giardino degli incontri del carcere di Sollicciano (Firenze, 1985-87, ultimo progetto di G.  Michelucci) per finire con il progetto organico di Giancarlo De Carlo per i Collegi Universitari di Urbino (1962-1983).

Nel racconto trovano spazio anche le riflessioni del prof. Donato che intravede nell’Architettura contemporanea uno smarrimento di valori, uno svuotamento di contenuti che vadano al di là dei tecnicismi sfrenati, dell’immagine a effetto. Le sue considerazioni su un’Architettura densificata e asfissiante tracciano un orizzonte oscuro che tuttavia può essere nuovamente illuminato accettando le reali sfide del prossimo futuro e esplicitate con i temi della sostenibilità e della condivisione: progettare è un atto “definitivo”, che comporta per l’architetto privilegio e responsabilità, concetto quest’ultimo posto alla base della filosofia di Tamassociati.

Alla fine del racconto Beni riesce ad affrancarsi dalle ipocrisie del suo giornale, grazie al suo talento che le permette di intervistare le architetture resistenti che rappresentano una svolta e un punto di partenza per una nuova avventura. I “titoli di coda” scorrono – in una sorta di percorso circolare – nuovamente nel paesaggio siciliano, attraverso il Parco Lineare di Marco Navarra, e riecheggiano le parole di Peppino Impastato, martire dalla libertà, la cui lucidità, attualità e urgenza non sono state minimamente scalfite dalla barbarie e dal tempo:

«Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà. All’esistenza di orrendi palazzi sorti all’improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre. È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore».

La graphic novel lancia un messaggio preciso e, con il medium del fumetto, racconta la storia civile dell’architettura italiana del secondo novecento, con alcuni salti nel nuovo secolo. Fuori dai cliché della manualistica ufficiale riscopre il valore più profondo di alcuni progetti noti e meno noti. È per questo che Architetture Resistenti rappresenta, grazie anche ai riferimenti bibliografici riportati al termine del racconto, un’utile lettura non solo per gli “addetti ai lavori” e gli studenti di architettura.

(articolo pubblicato sulla rivista “Casapremium”, Marzo 2016, con il titolo”Quando l’Architettura resiste agli sfregi e alle iniquità della Storia” )

domo u/p: raccontare città e architetture

L’Architettura viene raccontata dalle storiche riviste specialistiche, dalle nuove testate on-line e, talvolta, anche dai quotidiani.

L’Architettura raccontata, tuttavia, è quella firmata delle cosiddette archistar© o quella che, per scala di intervento e risonanza mediatica, travalica i confini del luogo per diventare oggetto di interesse internazionale. Fuori da questo mondo “patinato” l’Architettura continua ad esistere nelle piccole e grandi opere di progettisti impegnati quotidianamente nel ricordare come la professione sia ancora capace di cambiare il volto delle città con l’aspirazione di dare forma tridimensionale alla bellezza.

Ad accompagnare i progettisti in questo cammino, spesso silenzioso, ci sono altri tecnici, imprese, fornitori, artigiani che rendono anche la piccola residenza, parte di un processo produttivo che può nascondere delle eccellenze di un territorio.

Queste pagine nascono dalla mia esperienza come collaboratore alla redazione di testate specialistiche nel campo dell’Architettura e dalla convinzione che un progetto bello e un’opera ben realizzata meritano sempre di essere raccontate.

L’obiettivo, pertanto, è dare visibilità agli interventi (nuove costruzioni, restauri, riqualificazioni urbane e recuperi edilizi) di qualità che per varie ragioni non trovano spazio sui canali comunicativi abituali o, quando trovano questo spazio, non sono adeguatamente analizzati e descritti.

L’ambizione è quella di realizzare questi racconti con il massimo coinvolgimento di tutti gli attori protagonisti del sistema produttivo dell’Architettura, con lo sguardo rivolto, in una prima fase, all’area tirrenica messinese senza escludere altre aree non solo siciliane.

Buona lettura!

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